Da molti anni ormai nessuna Biennale è stata accolta con unanime entusiasmo e, in linea di massima, neppure con grande entusiasmo. Che i giudizi su una rassegna di questo tipo non possano essere concordi, è ovvio.
Quanto alla mancanza di entusiasmo, essa nasconde a mio parere, invece, atteggiamenti diversi che si possono far risalire almeno a un paio di scuole di pensiero. Da una parte cioè si parla della Biennale con stanchezza, per dovere di cronaca, perchée; va fatto (per tutti Sebastiano Grasso sul Corriere della Sera: “Vuol dire che, ormai, quasi non importa niente a nessuno. E il povero cronista che fa? Giardini, Arsenale…”).
Dall’altra molti se la prendono con la parzialità delle concezioni dei curatori: quest’anno la Biennale di Storr è la Biennale “americana”, come stigmatizza sempre il Corriere per bocca di Stefano Bucci e, sotto sotto, anche Repubblica, con l’articolo di Paolo Vagheggi.
Nell’esposizione principale di questa Biennale (“Pensa con i sensi - Senti con la mente”), quella che porta il messaggio del curatore, divisa fra Arsenale e Giardini vi sono infatti 97 artisti di cui 23 americani, 3 inglesi, tre australiani: fra gli artisti di varia nazionalità (anche italiani) ve ne sono almeno altri 9 che risiedono stabilmente negli Stati Uniti. Troppo anglosassoni? Ma questa proporzione riflette quasi uno stato di fatto, più che un punto di vista, di cui si è già avuta dimostrazione in molte passate edizioni della Biennale. Casomai è sulla sostanziale assenza dell’Italia da alcune edizioni a questa parte che si dovrebbe riflettere. Su un’Italia che dopo il successo internazionale che era riuscita a imprimere ai gruppi di Arte Povera, negli anni ’70, e della Transavanguardia negli anni ’80, non è più riuscita a rinnovare la sua immagine, e quindi a farsi conoscere internazionalmente. E infatti anche quest’anno, oltre al sopravvalutato Vezzoli, tocca a Penone, e poi -in varie mostre di corredo- ad artisti come Giovanni Anselmo ed Enzo Cucchi (provenienti appunto da questi due gruppi) rappresentare ancora una volta il nostro paese.
Tuttavia, per continuare il discorso da cui eravamo partiti, ci sembra che le Biennali, a partire dagli anni ’90, si siano sostanzialmente adeguate a due diverse concezioni curatoriali: da una parte le Biennali-Censimento (per tutte quella di Szeeman del 1999) che prendono atto della condizione ormai globalizzata del contesto artistico, accampano panorami in cui appaiono artisti di paesi mai precedentemente presi in considerazione, e che presentano al pubblico obiettive novità -anche se non sempre entusiasmanti. Curiosamente proprio queste Biennali “globali” hanno invece accentuato la presenza di nuovi media o mixed media, come fotografia, video, installazioni ecc. che molti imputano, quest’anno, alla massiccia presenza “concettuale” in genere -e americana in particolare.
Altre Biennali, come la presente, puntando di più sugli artisti (e quindi in realtà su nomi già conosciuti se non al grande pubblico sicuramente a quello degli informati) scegliendo la formula di un riconoscimento ufficiale del loro operato (Adriana Polveroni di D Donna elenca ad esempio gli artisti Nauman, Richter, Bourgeois, Buren, Holzer, Weiner, Huyge, Kabakov, Alys, West, McQueen e Ryman - e si potrebbero ancora aggiungere Munoz e Rosemarie Laing, ecc.); oppure dell’omaggio alla carriera di artisti anziani e universalmente riconosciuti (se non addirittura scomparsi: in questa edizione, ad esempio, Gonzales-Torres, Rhoades e Kippenberger).
Che nel panorama della ricerca i linguaggi privilegiati siano quelli della fotografia e del video -piuttosto che della pittura- non è più una novità: queste tendenze che si erano affacciate negli anni ’60 e ’70, dagli anni ’90 hanno tenuto campo in maniera preponderante: questo non vuol dire che la pittura sia scomparsa, ma forse in questo momento non rappresenta il fronte della novità. Non è un caso se da qualche anno si paragona una pittrice come Marlene Dumas a Bacon -cioè al passato- piuttosto che a Thomas Schutte o ad altri artisti generazionalmente più vicini a lei.
L’omaggio ai nuovi media, così come ai paesi emergenti, è invece ribadito anche in questa edizione, con lo spazio dedicato all’Africa e al suo fotografo Leon d’Oro alla carriera Malick Sidibée;. Se l’Impero ha ancora come capitale New York, anche le province più lontane si svegliano e ci mostrano inconsuete amalgama di cultura, che forse peseranno sul domani più di quanto ci immaginiamo oggi.
È strano invece che non sia stato altrettanto sottolineato che tre paesi come Francia, Regno Unito e Germania abbiano dedicato i loro Padiglioni nazionali a tre donne, tre notevoli artiste (rispettivamente Sophie Calle, Tracey Emin e Isa Genzken): circostanza che Vagheggi battezza come “il triangolo rosa della Biennale”. Rosa, ma di forti contenuti e soprattutto capace di una Koinè espressiva barbaricamente moderna ed estremamente articolata. Tracey Emin, young british nata nel 1963, per esempio presenta indifferentemente oggetti, installazioni, neon, fotografie e anche disegni e pitture scandalosamente autobiografiche che suscitano da tempo, per la loro violenza, pareri assai discordi, nonostante il Turner Prize vinto nel 1999. Isa Genzken trasforma il padiglione tedesco, non nuovo a queste esperienze, in una complessa installazione; mentre Sophie Calle parte da un problema che riguarda tutti (“prendersi cura di sée;”) con un’opera corale in cui chiede a un centinaio di donne di interpretare una sorta di indizio (una mail) in base alla loro competenza professionale. Il privato diventa pubblico, e il sentimento è esposto alla freddezza del punto di vista tecnico. La realtà è questa: oggi ci si esprime con quel che si ha a disposizione: al limite con la foto fatta col telefonino. Se la Biennale registra questo dato di fatto non è scandalo, e neppure noia: è il panorama che ci circonda.
È un’epoca priva di grandi punti di vista? di grandi concezioni di poetica? di opere di ampio respiro? Può darsi. Ma è soprattutto un’epoca sospesa tra il poco degno di nota ed una strabordante quantità di informazione, fra un eccesso di stimolazione sensoriale e il numero esiguo di ricordi stabili che ci portiamo a casa dopo aver visitato un gran numero di mostre. Ma in fondo anche questo è la Biennale: perdersi e ritrovarsi nell’impagabile labirinto di strade di Venezia.
A.A.
Comunicato
La Fondazione La Biennale di Venezia, presieduta da Davide Croff, organizza la 52. Esposizione Internazionale d’Arte intitolata Pensa con i sensi - Senti con la mente.
L’arte al presente, affidata alla cura di Robert Storr, primo direttore statunitense della storia ultracentenaria della rassegna più famosa del mondo.
La mostra centrale internazionale, allestita negli spazi delle Corderie e parte delle Artiglierie dell’Arsenale e nel Padiglione Italia ai Giardini, presenta un centinaio di artisti provenienti da tutto il mondo con opere, anche site specific, e nuove produzioni realizzate, in collaborazione con la Biennale di Venezia, per questa occasione espositiva.
“Una mostra che guarda al futuro ma non al passato”, così la definisce Storr, sottolineando le linee-guida di una ampia ricognizione che lo ha portato a invitare artisti viventi e attivi e, nei rari casi in cui essi non lo siano per cause accidentali o premature, le loro opere testimoniano una vitalità che le rende più che mai attuali. “Questa mostra - spiega inoltre Robert Storr - non si basa su una proposta ideologica o teorica onnicomprensiva. Piuttosto si fonda su un atteggiamento di base nei confronti dell'arte, rivolto a supporre che le dicotomie analitiche tra il percettivo e il concettuale, tra pensiero e sentimento, piacere e dolore, intuizione e riflessione critica, troppo spesso oscurano o negano la presenza complessa di tutti questi fattori nella nostra esperienza del mondo, nonchée; la presenza di tutte queste dimensioni nell'arte che ne deriva. Ogni opera sarà lì a parlare per sée;. Insieme, le corrispondenze tra le opere - che siano esse armoniose o dissonanti - solleciteranno l’attenzione del pubblico, io credo, verso la diversità di emozioni, materiali, temi e modi di coinvolgere il visitatore, che caratterizzano opere d'arte create in linguaggi diversi, e tutti, ciò nondimeno, coniugati al presente”.
Il panorama internazionale è affiancato e arricchito dalle mostre dei 77 Paesi (numero record di questa edizione), che allestiscono proprie mostre anche nel centro storico cittadino, oltre che ai Giardini e all’Arsenale, dove ha trovato sede permanente dal 2006, in qualità di area di futuro sviluppo centrale degli spazi espositivi della Biennale, il nuovo Padiglione Italiano, che debutta quest’anno con una mostra a cura di Ida Gianelli, per la prima volta nella più grande e importante rassegna di arte contemporanea internazionale, costituendo una delle novità principali della 52. Esposizione della Biennale di Venezia.
Il progetto artistico di Robert Storr ha voluto ospitare alle Artiglierie dell’Arsenale, come parte integrante della mostra centrale, la Turchia con un Padiglione nazionale e una mostra che rappresenta l’arte africana contemporanea: “Check List Luanda Pop” della Sindika Dokolo African Collection of Contemporary Art (Luanda, Angola), a cura di Fernando Alvim e Simon Njami. L’esposizione è stata selezionata da un panel di esperti invitati da Robert Storr, formato da Meskerem Assegued, Ekow Eshun, Lyle Ashton Harris, Kellie Jones e Bisi Silva.
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